December 12, 2025 Emozioni 7 min read 48,290 views

Inizia sempre così, come un soffio che tenta di farsi strada dentro un mattino che non ha ancora deciso cosa vuole essere, ed Amsterdam si apre davanti agli occhi con la stessa esitazione di un respiro trattenuto. L’inverno qui non porta neve, porta una luce lattiginosa che si posa sulle superfici come una mano fredda, scivola tra le finestre inclinate delle case ed attraversa i canali senza spezzare mai davvero il silenzio che li avvolge. Le strade umide brillano di una trasparenza fragile, quasi un riflesso che non trova un corpo, solo un’eco sospesa nell’aria. Camminare in questa città è come muoversi dentro un vetro respirato, un chiarore che avvolge tutto senza toccare nulla, e tu senti le tue stesse emozioni scorrere lente come l’acqua che si allunga sotto i ponti. La giornata procede senza fretta, con quel grigio che non pesa e non consola, una coperta che rimane aperta ai margini e lascia trapelare l’aria fredda. Il vento spinge piano le foglie rimaste, come se non volesse davvero sradicare niente, solo ricordare che tutto ciò che resta lo deve alla sua naturale testardaggine. Gli edifici osservano, muti ed inclinati, custodendo secoli di respiri, passi, vite che hanno attraversato la città senza far rumore. Le biciclette passano veloci, una dopo l’altra, disegnando linee sottili che scompaiono un istante dopo essere nate. Ogni cosa si muove, ma nulla sembra voler arrivare ad una destinazione reale. È l’inverno olandese senza neve: un tempo che non cade, ma resta sospeso.

In questo silenzio senza gelo, senti il mondo bussare piano contro il petto, come se cercasse un passaggio, e tu lasci che quel peso entri senza chiedergli perché. Ti accorgi che essere buona, a volte, è come parlare in una lingua che pochi ascoltano davvero, una lingua che non pretende risposta, che non pretende conferme. Un gesto che si perde nelle pieghe delle giornate, come il respiro che esce dalla bocca e si dissolve senza lasciare traccia. Ci sono momenti in cui la bontà sembra non portare a nulla, come se fosse invisibile, come se non avesse la forza di incidere il mondo. Non perché sia debole, ma perché il mondo spesso corre troppo veloce per accorgersi di ciò che non fa rumore. Eppure non arriva mai il desiderio di essere diversa, non nasce la tentazione di diventare dura, di erigere muri, di sacrificare la delicatezza che vive nei tuoi gesti. Non appartiene alla tua natura, non scorre nelle tue vene. Non sei fragile, non sei cedevole. Sei semplicemente una presenza che non trova interesse nella lotta, che non vede valore nel conflitto per il gusto di affermarsi. Le parole che non pronunci non sono mancanza, sono scelta. Il silenzio che ti appartiene non è arrendevolezza, è pace. Non ti interessa litigare, non ti interessa il podio del confronto, perché il mondo interiore che custodisci è più vasto di qualunque necessità di vincere. È una pianura che si estende senza confini, un luogo in cui non serve gridare per esistere.

Amsterdam continua a scorrere intorno, come un film che non interrompe mai la propria trama. Gli odori lievi dei caffè si mescolano all’umidità che sale dai canali, i tram avanzano con il loro ritmo metallico che attraversa la città come un cuore meccanico. Ogni angolo conserva la sua storia, ma non la impone. Ogni strada accoglie senza giudicare. È così che ti muovi: lasci che la città passi attraverso di te come una corrente tiepida, lasci che la tua mente si estenda oltre ciò che vedi, che raccolga qualcosa di invisibile dentro il suo spazio interiore. E mentre cammini, ciò che provi non cerca di risolversi, non cerca di trasformarsi in parola definita, resta come un filamento vibrante che accompagna ogni tuo passo. Il pensiero ritorna a quella sensazione sottile, alla constatazione che spesso la gentilezza non trova appigli, non riceve riconoscimenti, non viene colta da chi vive in difesa costante. Scivola sulle persone come la pioggia leggera scivola sulle finestre: non lascia ferite, ma non viene trattenuta. E nonostante questo, non cambia il tuo modo di essere. Non cambia il tuo modo di guardare il mondo. C’è una forza che vive proprio lì, nella scelta di non rispondere alla durezza con altra durezza, nella capacità di mantenere una luce anche quando nessuno la vede. Non è un merito, non è un difetto. È semplicemente ciò che sei.

La giornata prosegue, il cielo si stringe e si allarga allo stesso tempo, come se respirasse insieme alle acque dei canali. Cammini lungo la riva, e tutto sembra appartenere ad uno spazio fuori dal tempo, come se il giorno non avesse confini, come se ogni movimento fosse un preludio a qualcosa che non accade. La città ti parla con la sua voce discreta, una voce fatta di campanili lontani, passi sul selciato, luci che si accendono una ad una mentre il pomeriggio scivola verso un crepuscolo che non fa rumore. E tu senti che quel silenzio ti veste come un mantello sottile, ti accarezza senza chiedere nulla in cambio. È in questa atmosfera lenta che comprendi quanto poco ti interessi il bisogno di affermarti, quanto poco valore trovi nella battaglia per un posto, una ragione, una parola detta più forte delle altre. La tua forza non è nella resistenza rumorosa, ma nella capacità di rimanere intera senza indurirti, di attraversare il mondo senza farti trascinare nella sua corsa frenetica. Non ti interessa dare la tua opinione quando questa non cambierebbe nulla, quando verrebbe ascoltata solo in superficie. Preferisci lasciare che le cose scorrano, come l’acqua che continua il suo cammino anche quando nessuno la guarda.

Il giorno si fa più scuro, ma non pesa. È un buio leggero, come una coperta tirata a metà. Le luci dei ponti cominciano a riflettersi nell’acqua e la città assume il volto di un ricordo che non hai ancora vissuto. È in questo momento che il passato, il presente e ciò che ancora non è si intrecciano con naturalezza, come se fossero parte di un unico respiro. Il pensiero ritorna al senso di incompletezza che accompagna sempre la scrittura, quella sospensione che non trova mai davvero una fine, perché ogni parola ne chiama un’altra, ogni emozione si apre verso una direzione nuova. Ti siedi accanto al canale, osservando le linee tremolanti delle luci che si allungano sull’acqua. Le onde minuscole si muovono lente, come se volessero conservare l’immagine senza distorcerla. In quel riflesso c’è qualcosa che somiglia alla tua stessa presenza: una forma che esiste senza bisogno di essere definita, una quiete che vive pur restando in movimento. E tutto ciò che hai dentro si espande in questo scenario, come se fosse parte dello stesso paesaggio.

La serata arriva senza interrompere il flusso della giornata. Le finestre illuminate disegnano racconti privati che non vedrai mai davvero, ma che senti appartenerti nella loro distanza. È un senso di connessione silenziosa, un modo di vivere lo spazio che non pretende contatto diretto, ma trova conforto nella semplice vicinanza. In questa città, la solitudine non è isolamento, è un luogo interiore che respira insieme alle cose che ti circondano. E dentro questo respiro, ti riconosci. Non c’è bisogno di cambiare pelle, non c’è bisogno di spiegarti, non c’è bisogno di essere diversa. La tua bontà non nasce per essere compresa, nasce perché esiste. Non è un’arma, non è un peso. È un modo di attraversare il mondo senza ferire e senza farti ferire più del necessario. Non serve che porti frutti immediati, non serve che venga premiata. È il tuo passo, la tua impronta lieve sul suolo di una città che non cerca mai di intrappolarti.

La notte avanza, avvolge i tetti e i canali con un’ombra morbida. Le luci si riflettono ancora, disegnando onde lente che sembrano parole che non smettono di muoversi. E tu lasci che questo silenzio ti scivoli accanto, non come una fine, ma come un passaggio. Chiudi la giornata come si chiude una porta che resta socchiusa, lasciando l’aria muoversi libera tra ciò che è stato e ciò che ancora deve arrivare. Una pausa che non interrompe nulla, un ultimo respiro che continua a vibrare nel buio. E niente davvero si conclude, perché tutto resta in sospensione, come questa Amsterdam senza neve che tende la mano al tuo pensiero e lo accompagna, ancora, nel suo flusso senza fine.

Remember me,
Eclipse

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