Oggi non sono riuscita a dormire. La testa pesante, il cuore che batte più forte del solito. Non è la solita stanchezza. C’è qualcosa di diverso, come un peso che non riesco a scrollarmi di dosso, una sensazione che cresce ogni minuto che passa. Non sono nemmeno sicura di volerlo capire. Ma è lì, costante, come un eco. La storia di un ragazzo, un ragazzino che non ha nemmeno diciotto anni, ma ha scelto di distruggere tutto ciò che conosceva. La sua famiglia. La sua vita. Non ci sono spiegazioni. Eppure, vorrei sentire qualcuno dire qualcosa che mi faccia capire, che mi faccia vedere da dove è arrivato quel gesto. Ma, come sempre, le risposte non arrivano. E noi restiamo a guardare, come se il tempo fosse sospeso.
Ecco, tutto comincia con una lama, un coltello da cucina che non ha nulla di speciale, nulla che potesse farci pensare che sarebbe stato il mezzo di un gesto così definitivo. Come ogni giorno, sua madre cucinava, con le sue mani che avevano preparato il cibo per anni, eppure, in quell’istante, lo stesso coltello che aveva visto decine di volte sulla tavola, inizia il suo viaggio verso una fine che non possiamo spiegare. Non era solo un coltello, ma una scelta. La scelta di porre fine a una vita, a più di una, con una determinazione che nessuno si sarebbe aspettato da un ragazzo così giovane. Ma lo ha fatto. Con le mani tremanti, ma decise. Con quel coltello che conosceva troppo bene, più di quanto avremmo mai potuto immaginare.
La stanza di un ragazzo, un rifugio, un angolo di sicurezza. Eppure, da un momento all’altro, quel rifugio diventa una prigione. La famiglia che avrebbe dovuto proteggerlo, adesso è diventata il suo nemico. Ma cosa ci porta a compiere un atto come questo? La solitudine? La rabbia? O è qualcosa che sfugge a ogni comprensione? Nessuno lo sa. Ma in quel momento, dentro quella stanza, quel ragazzo non era più quello di prima. Non era più il figlio, il fratello. Era qualcosa di diverso. Un’altra persona, nascosta dietro l’ombra di un dolore che non siamo in grado di vedere. Il silenzio di una mente che crolla sotto il peso di un mondo che non sa più respirare. Il coltello non è solo uno strumento, ma un simbolo di una rottura che non possiamo riparare. Un gesto che ha cambiato il corso di tutto. Le grida, le lacrime, il sangue. Ma tutto finisce. La morte non fa rumore, ma lascia dietro di sé un vuoto che si amplifica in un silenzio che grida più di ogni parola. E noi? Noi restiamo a guardare. Perché in fondo, non possiamo fare altro che guardare. E chiederci, se possiamo ancora salvarci.
Un abisso che non ha pietà . La rabbia, la solitudine, la disperazione. Ma nessuno si è fermato a guardare. Nessuno si è accorto di quel ragazzino che chiedeva aiuto. Perché avremmo dovuto? Perché il dolore degli altri sembra sempre appartenere a qualcun altro? Perché solo quando accade qualcosa di irreparabile, ci svegliamo dal nostro torpore? La domanda non è più perché?. È cosa possiamo fare per non lasciare che accada di nuovo? Ma la risposta non arriva. Non arriva mai. Forse perché la verità ci spaventa. Eppure, la verità è sempre lì, davanti ai nostri occhi. Ma siamo disposti a guardarla?
Ogni parola, ogni gesto, ogni movimento di quel giorno avrebbe potuto essere diverso. Ma non lo è stato. E il dolore è arrivato, con la forza di un uragano che non risparmia nulla. Un ragazzo, un coltello, una famiglia distrutta. E la domanda rimane lì, sospesa nell’aria: cosa possiamo fare per evitare che altre storie come questa accadano?
Perché ogni volta che pensiamo che sia finita, inizia un altro capitolo. E noi? Noi siamo pronti a cambiare? Siamo pronti a guardare davvero? Oppure, come sempre, continueremo a chiudere gli occhi e a sperare che il dolore degli altri non ci tocchi mai?
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Benvenuta nel mio santuario digitale. Sono Alice, e qui raccolgo i frammenti del tempo che scivola tra le mani, da Milano all'Olanda, cercando sempre la bellezza nell'invisibile.
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